AUMENTANO LE RICHIESTE DI CASE IN CAMPAGNA

AUMENTANO LE RICHIESTE DI CASE IN CAMPAGNA

Che il Covid-19 abbia avuto un forte impatto anche sul settore immobiliare è ormai evidente. Tra le sue conseguenze c’è stato per esempio il boom di richieste per case in campagna, come illustrato in un recente articolo del Sole24Ore. Nell’attesa di capire se questo trend proseguirà nei prossimi mesi, favorito dal diffondersi dello smart working, o se invece si è trattato di un fenomeno temporaneo legato al bisogno di spazi aperti durante e dopo il lockdown, esaminiamo più da vicino i numeri di questo “ritorno alla natura”.

Bresciano e Alessandrino le zone più richieste

La domanda di rustici e casali nei borghi e nei piccoli comuni ha registrato un incremento pari a circa il 30% rispetto al periodo pre-Covid. All’interno di questo quadro che, con poche eccezioni, accomuna l’Italia da Nord a Sud ci sono delle realtà che spiccano con cifre davvero importanti. Parliamo delle province di Brescia e Alessandria, dove le richieste sono più che triplicate (rispettivamente +268% e +241%), ma anche di Asti, Verona e Viterbo con un raddoppio nella domanda. Solo 9 province fra le 33 esaminate mostrano un trend opposto, con meno richieste di case in campagna rispetto ai mesi precedenti la pandemia: ribassi soprattutto ad Ancona (-62%), Pisa (-42%) e Sassari (-36%).

Prezzi spesso inferiori a mille euro al m/q

A favorire gli investimenti in aree rurali anche i prezzi, che sono in linea generale molto più bassi rispetto alle grandi città e che non hanno subito grosse variazioni nonostante l’aumento della domanda, anzi: in media sono rimasti stabili (+0,1%) rispetto al periodo pre-Covid. Ci sono ovviamente delle eccezioni in positivo come le province di Roma (+25,4%), Pisa (+20,1%) e Bologna (+18,9%) e in negativo (Pesaro-Urbino ha perso quasi il 12%, Rimini circa il 10,5%). Per quanto riguarda il costo al metro quadro la situazione è molto variegata: si va dalle cifre record di Montalcino (circa 6.700 euro al m/q) e di Monte Argentario (5.045 euro/mq) a quelle molto più abbordabili dell’Astigiano (838 euro/mq), del Ragusano (799 euro/mq) e dell’Alessandrino (508 euro/mq). In totale sono oltre 100 le località dove trovare immobili spendendo meno di mille euro al m/q.

di Laura Fabbro

Quando avviene la perdita delle agevolazioni prima casa in caso di vendita

Con l’ordinanza n. 11221 dell’11 giugno 2020, la Cassazione ha ricordato quando avviene la perdita delle agevolazioni prima casa in caso di vendita. Vediamo a cosa bisogna stare attenti per conservare il beneficio.

Come chiarito, in caso di acquisto dell’immobile usufruendo delle agevolazioni prima casa, qualora l’abitazione venga trasferita prima del decorso del termine di cinque anni dalla data di acquisto, il contribuente perde il beneficio e deve versare le imposte non assolte nella misura ordinaria e la sovrattassa. La perdita delle agevolazioni prima casa in caso di vendita non si verifica se il contribuente procede all’acquisto di un altro immobile da adibire a propria abitazione principale entro un anno dall’alienazione.

Nello specifico, l’ordinanza della Cassazione ha ricordato quanto stabilito, in tema di agevolazioni prima casa, dall’art. 1, 4 comma, della nota 2-bis, della tariffa allegata al DPR n. 131 del 1986. 

Tale norma prevede la perdita delle agevolazioni prima casa, “con obbligo del contribuente di versare le imposte non assolte nella misura ordinaria, nonché la relativa sovrattassa, anche in caso di trasferimento dell’immobile acquistato prima del decorso del termine di cinque anni dalla data di acquisto, a meno che, entro un anno dall’alienazione, il contribuente abbia proceduto all’acquisto di un altro immobile da adibire a propria abitazione principale”. 

Secondo quanto sottolineato, “al fine di consentire al contribuente di evitare la decadenza dalle suddette agevolazioni sono, dunque, previste, con riferimento all’acquisto del secondo immobile, condizioni diverse rispetto a quelle stabilite, per la concessione delle agevolazioni medesime per l’acquisto del primo immobile. In particolare, mentre il riconoscimento del beneficio è subordinato al trasferimento della residenza del contribuente nel comune ove è ubicato l’immobile acquistato, il mantenimento dello stesso in caso di alienazione dell’immobile acquistato è subordinato alla più restrittiva condizione dell’acquisto di altro immobile da adibire a propria abitazione principale”.

Quali sono le agevolazioni fiscali prima casa

Se il venditore è un privato o un’impresa che vende in esenzione Iva, le imposte da versare con i benefici prima casa sono:

  • imposta di registro proporzionale nella misura del 2% (invece che 9%);
  • imposta ipotecaria fissa di 50 euro;
  • imposta catastale fissa di 50 euro.

Se si acquista da un’impresa, con vendita soggetta a Iva, le imposte da versare con i benefici prima casa sono:

  • Iva ridotta al 4% (invece che 10%);
  • imposta di registro fissa di 200 euro;
  • imposta ipotecaria fissa di 200 euro;
  • imposta catastale fissa di 200 euro.
Certificato di agibilità di un immobile: che cos’è e a cosa serve

Il documento attesta che un determinato immobile possiede le condizioni di sicurezza, igiene, salubrità e risparmio energetico definite dalla normativa vigente

Che cos’è il certificato di agibilità di un immobile? A cosa serve e cosa è cambiato nel tempo? Per fare un po’ di chiarezza sul tema, idealista/news ha rivolto qualche domanda all’ingegnere Vincenzo Madera, dello Studio Madera. Vediamo dunque in cosa consiste questo documento, chi lo rilascia e perché è importante.

Che cos’è il certificato di agibilità?

“Secondo l’art. 24 del Testo Unico sull’Edilizia, il certificato di agibilità è un documento tramite il quale si attesta che un determinato immobile, a seguito dell’edificazione o di determinati interventi, possegga le condizioni di sicurezza, igiene, salubrità e risparmio energetico definite dalla normativa vigente e che sia stato realizzato secondo quanto indicato nel progetto”.

Cosa è cambiato nel tempo?

“L’agibilità è diventata obbligatoria nel 1934, con il Regio Decreto n. 1265, quando il Podestà (oggi Sindaco) doveva autorizzare e rendere abitabili le costruzioni eseguite in conformità al progetto approvato, che avessero i muri convenientemente prosciugati e che non fossero insalubri. È possibile trovare dei riferimenti ad autorizzazioni ‘simili’ anche precedentemente al 1934.

L’agibilità del 1934 era una semplice autorizzazione sanitaria e non edilizia. La svolta avviene nel 1967 con la legge Ponte che introduce la dichiarazione di abitabilità o di agibilità.

Nel 2001, con il Testo Unico sull’Edilizia 380/2001, viene abolita l’abitabilità e dal 2013, il certificato non viene più concesso dal Comune, ma viene sostituito da un’autocertificazione: l’attuale SCA, segnalazione certificata di agibilità.

Nel tempo, questo documento, oltre a cambiare dicitura, ha incrementato la sua valenza edilizia e urbanistica. All’inizio si trattava di una semplice prassi, dopodiché gli allegati e le attestazioni sono incrementate e oggi ha assunto un notevole valore diventando un documento essenziale per poter fruire dell’immobile”.

Perché è importante?

“Questo documento ci garantisce che l’edificio è salubre e vivibile, è ‘sicuro’ ed è conforme dal punto di vista urbanistico (non sono presenti abusi) secondo le norme vigenti al momento del rilascio dell’agibilità”.

Per quali immobili deve essere richiesto?

“Il certificato deve essere presentato per tutti gli immobili nel caso di:

a) nuove costruzioni;

b) ricostruzioni o sopraelevazioni, totali o parziali;

c) interventi sugli edifici esistenti che possano influire sulle condizioni di sicurezza, igiene, salubrità e risparmio energetico”.

Chi lo rilascia e dove richiederlo?

“Essendo una segnalazione, non viene richiesta, ma viene rilasciata da un professionista abilitato, architetto, geometra o ingegnere che, sotto la propria responsabilità, dichiara la sussistenza dei requisiti di legge.

In particolare, la legge impone che, entro quindici giorni dall’ultimazione dei lavori, l’agibilità venga depositata dal titolare del Permesso di Costruire o della SCIA presso lo sportello unico per l’edilizia del Comune.

Ma, come accennavo, nella pratica è sempre il professionista incaricato delle attestazioni a consegnare il certificato in Comune”.

Cosa comporta la sua mancanza?

“Ad oggi, qualora venisse realizzato un edificio ex-novo, oppure venissero realizzati degli interventi su un fabbricato esistente che influiscano sulle condizioni di sicurezza, igiene, salubrità e risparmio energetico, senza essere seguiti dal deposito del certificato di agibilità, questi immobili non potrebbero essere utilizzati”.