AUMENTANO LE RICHIESTE DI CASE IN CAMPAGNA

AUMENTANO LE RICHIESTE DI CASE IN CAMPAGNA

Che il Covid-19 abbia avuto un forte impatto anche sul settore immobiliare è ormai evidente. Tra le sue conseguenze c’è stato per esempio il boom di richieste per case in campagna, come illustrato in un recente articolo del Sole24Ore. Nell’attesa di capire se questo trend proseguirà nei prossimi mesi, favorito dal diffondersi dello smart working, o se invece si è trattato di un fenomeno temporaneo legato al bisogno di spazi aperti durante e dopo il lockdown, esaminiamo più da vicino i numeri di questo “ritorno alla natura”.

Bresciano e Alessandrino le zone più richieste

La domanda di rustici e casali nei borghi e nei piccoli comuni ha registrato un incremento pari a circa il 30% rispetto al periodo pre-Covid. All’interno di questo quadro che, con poche eccezioni, accomuna l’Italia da Nord a Sud ci sono delle realtà che spiccano con cifre davvero importanti. Parliamo delle province di Brescia e Alessandria, dove le richieste sono più che triplicate (rispettivamente +268% e +241%), ma anche di Asti, Verona e Viterbo con un raddoppio nella domanda. Solo 9 province fra le 33 esaminate mostrano un trend opposto, con meno richieste di case in campagna rispetto ai mesi precedenti la pandemia: ribassi soprattutto ad Ancona (-62%), Pisa (-42%) e Sassari (-36%).

Prezzi spesso inferiori a mille euro al m/q

A favorire gli investimenti in aree rurali anche i prezzi, che sono in linea generale molto più bassi rispetto alle grandi città e che non hanno subito grosse variazioni nonostante l’aumento della domanda, anzi: in media sono rimasti stabili (+0,1%) rispetto al periodo pre-Covid. Ci sono ovviamente delle eccezioni in positivo come le province di Roma (+25,4%), Pisa (+20,1%) e Bologna (+18,9%) e in negativo (Pesaro-Urbino ha perso quasi il 12%, Rimini circa il 10,5%). Per quanto riguarda il costo al metro quadro la situazione è molto variegata: si va dalle cifre record di Montalcino (circa 6.700 euro al m/q) e di Monte Argentario (5.045 euro/mq) a quelle molto più abbordabili dell’Astigiano (838 euro/mq), del Ragusano (799 euro/mq) e dell’Alessandrino (508 euro/mq). In totale sono oltre 100 le località dove trovare immobili spendendo meno di mille euro al m/q.

di Laura Fabbro

Quando avviene la perdita delle agevolazioni prima casa in caso di vendita

Con l’ordinanza n. 11221 dell’11 giugno 2020, la Cassazione ha ricordato quando avviene la perdita delle agevolazioni prima casa in caso di vendita. Vediamo a cosa bisogna stare attenti per conservare il beneficio.

Come chiarito, in caso di acquisto dell’immobile usufruendo delle agevolazioni prima casa, qualora l’abitazione venga trasferita prima del decorso del termine di cinque anni dalla data di acquisto, il contribuente perde il beneficio e deve versare le imposte non assolte nella misura ordinaria e la sovrattassa. La perdita delle agevolazioni prima casa in caso di vendita non si verifica se il contribuente procede all’acquisto di un altro immobile da adibire a propria abitazione principale entro un anno dall’alienazione.

Nello specifico, l’ordinanza della Cassazione ha ricordato quanto stabilito, in tema di agevolazioni prima casa, dall’art. 1, 4 comma, della nota 2-bis, della tariffa allegata al DPR n. 131 del 1986. 

Tale norma prevede la perdita delle agevolazioni prima casa, “con obbligo del contribuente di versare le imposte non assolte nella misura ordinaria, nonché la relativa sovrattassa, anche in caso di trasferimento dell’immobile acquistato prima del decorso del termine di cinque anni dalla data di acquisto, a meno che, entro un anno dall’alienazione, il contribuente abbia proceduto all’acquisto di un altro immobile da adibire a propria abitazione principale”. 

Secondo quanto sottolineato, “al fine di consentire al contribuente di evitare la decadenza dalle suddette agevolazioni sono, dunque, previste, con riferimento all’acquisto del secondo immobile, condizioni diverse rispetto a quelle stabilite, per la concessione delle agevolazioni medesime per l’acquisto del primo immobile. In particolare, mentre il riconoscimento del beneficio è subordinato al trasferimento della residenza del contribuente nel comune ove è ubicato l’immobile acquistato, il mantenimento dello stesso in caso di alienazione dell’immobile acquistato è subordinato alla più restrittiva condizione dell’acquisto di altro immobile da adibire a propria abitazione principale”.

Quali sono le agevolazioni fiscali prima casa

Se il venditore è un privato o un’impresa che vende in esenzione Iva, le imposte da versare con i benefici prima casa sono:

  • imposta di registro proporzionale nella misura del 2% (invece che 9%);
  • imposta ipotecaria fissa di 50 euro;
  • imposta catastale fissa di 50 euro.

Se si acquista da un’impresa, con vendita soggetta a Iva, le imposte da versare con i benefici prima casa sono:

  • Iva ridotta al 4% (invece che 10%);
  • imposta di registro fissa di 200 euro;
  • imposta ipotecaria fissa di 200 euro;
  • imposta catastale fissa di 200 euro.
Certificato di agibilità di un immobile: che cos’è e a cosa serve

Il documento attesta che un determinato immobile possiede le condizioni di sicurezza, igiene, salubrità e risparmio energetico definite dalla normativa vigente

Che cos’è il certificato di agibilità di un immobile? A cosa serve e cosa è cambiato nel tempo? Per fare un po’ di chiarezza sul tema, idealista/news ha rivolto qualche domanda all’ingegnere Vincenzo Madera, dello Studio Madera. Vediamo dunque in cosa consiste questo documento, chi lo rilascia e perché è importante.

Che cos’è il certificato di agibilità?

“Secondo l’art. 24 del Testo Unico sull’Edilizia, il certificato di agibilità è un documento tramite il quale si attesta che un determinato immobile, a seguito dell’edificazione o di determinati interventi, possegga le condizioni di sicurezza, igiene, salubrità e risparmio energetico definite dalla normativa vigente e che sia stato realizzato secondo quanto indicato nel progetto”.

Cosa è cambiato nel tempo?

“L’agibilità è diventata obbligatoria nel 1934, con il Regio Decreto n. 1265, quando il Podestà (oggi Sindaco) doveva autorizzare e rendere abitabili le costruzioni eseguite in conformità al progetto approvato, che avessero i muri convenientemente prosciugati e che non fossero insalubri. È possibile trovare dei riferimenti ad autorizzazioni ‘simili’ anche precedentemente al 1934.

L’agibilità del 1934 era una semplice autorizzazione sanitaria e non edilizia. La svolta avviene nel 1967 con la legge Ponte che introduce la dichiarazione di abitabilità o di agibilità.

Nel 2001, con il Testo Unico sull’Edilizia 380/2001, viene abolita l’abitabilità e dal 2013, il certificato non viene più concesso dal Comune, ma viene sostituito da un’autocertificazione: l’attuale SCA, segnalazione certificata di agibilità.

Nel tempo, questo documento, oltre a cambiare dicitura, ha incrementato la sua valenza edilizia e urbanistica. All’inizio si trattava di una semplice prassi, dopodiché gli allegati e le attestazioni sono incrementate e oggi ha assunto un notevole valore diventando un documento essenziale per poter fruire dell’immobile”.

Perché è importante?

“Questo documento ci garantisce che l’edificio è salubre e vivibile, è ‘sicuro’ ed è conforme dal punto di vista urbanistico (non sono presenti abusi) secondo le norme vigenti al momento del rilascio dell’agibilità”.

Per quali immobili deve essere richiesto?

“Il certificato deve essere presentato per tutti gli immobili nel caso di:

a) nuove costruzioni;

b) ricostruzioni o sopraelevazioni, totali o parziali;

c) interventi sugli edifici esistenti che possano influire sulle condizioni di sicurezza, igiene, salubrità e risparmio energetico”.

Chi lo rilascia e dove richiederlo?

“Essendo una segnalazione, non viene richiesta, ma viene rilasciata da un professionista abilitato, architetto, geometra o ingegnere che, sotto la propria responsabilità, dichiara la sussistenza dei requisiti di legge.

In particolare, la legge impone che, entro quindici giorni dall’ultimazione dei lavori, l’agibilità venga depositata dal titolare del Permesso di Costruire o della SCIA presso lo sportello unico per l’edilizia del Comune.

Ma, come accennavo, nella pratica è sempre il professionista incaricato delle attestazioni a consegnare il certificato in Comune”.

Cosa comporta la sua mancanza?

“Ad oggi, qualora venisse realizzato un edificio ex-novo, oppure venissero realizzati degli interventi su un fabbricato esistente che influiscano sulle condizioni di sicurezza, igiene, salubrità e risparmio energetico, senza essere seguiti dal deposito del certificato di agibilità, questi immobili non potrebbero essere utilizzati”.

Mutui a tasso fisso e variabile, come cambia la domanda con il covid

La “voglia” di casa non è mai passata di moda per gli italiani, nemmeno con la pandemia da coronavirus. L’emergenza sanitaria sembra anzi aver fatto riscoprire nuove consapevolezze su come viverla al meglio. L’Osservatorio Mutui di MutuiOnline.it evidenzia un crescente trend di ricerca di immobili sul web registrato durante il periodo di lockdown.

Domanda abitativa in crescita nel trimestre

Nel secondo trimestre, secondo l’Osservatorio, le richieste di mutui prima casa sono salite al 32,8% del totale (dal 29,6% di gennaio-marzo), al nuovo massimo degli ultimi dodici mesi. Nuovi top da un anno a questa parte anche per le domande di finanziamenti per l’acquisto della seconda casa (salite al 3,8% dal 3,3%) e per la ristrutturazione/costruzione (all’1,6% dall’1,3%): questi movimenti, anche se relativi a voci minori, testimoniano la rinnovata vivacità del mercato immobiliare.

MutuiOnline.it
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Mutui: il peso delle surroghe

Come sempre la parte del leone nelle richieste di mutuo è delle surroghe, anche se nel secondo trimestre hanno registrato un lieve arretramento: al 61,6% congiunturale dal 65,6%. Sicuramente su questa limatura hanno inciso le limitazioni imposte dalle banche (l’obbligo di prenotazione degli appuntamenti) alla frequentazione degli sportelli, ma bisogna anche inquadrarla con l’accelerazione descritta da questa componente dal secondo trimestre 2019 (quando la voce ‘surroghe’ si attestava appena al 38,3% del totale).

Tassi sui mutui bassi ancora a lungo

Su base annuale, le richieste di surroghe e sostituzione viaggiano saldamente sui massimi dal 2014: al 63,6% del totale. Un dominio che difficilmente sarà scalfito nel breve periodo, perché i tassi di interesse sono destinati a rimanere bassi alla luce della politica monetaria super-accomodante promessa dalla Bce sul lungo termine.

Mutuo a tasso fisso, il preferito dagli italiani

Intanto la prospettiva di un orizzonte tassi continua a spingere i mutuatari sempre più verso il ‘fisso’, le cui richieste nel secondo trimestre hanno coperto il 94,9% del totale (93,1% nei primi tre mesi dell’anno): nuovo massimo assoluto. A giugno il tasso medio applicatosu mutui a 20-30 anni era pari allo 0,82% per il fisso e allo 0,75% per il variabile (entrambi in arretramento rispetto a maggio rispettivamente dallo 0,84% e dallo 0,81%). Per il fisso si tratta del nuovo minimo storico.

Andamento di Euribor ed Eurirs

Sui minimi assoluti gira sempre l’Euribor, utilizzato per calcolare gli interessi applicati sui mutui a tasso variabile: in giugno la media a un mese è stata indicata a -0,49%(-0,46% in maggio) e quella a tre mesi a -0,38% (-0,27%). ‘Vola’ sempre basso, anche se in lievissima risalita rispetto a maggio, l’Eurirs (riferimento bancario base per i finanziamenti a tasso fisso): indicato in giugno a -0,10% il dieci anni (da -0,12%), a 0,10% il venti anni (da zero) e a 0,14% il trenta anni (da 0,08%). In luglio gli indici hanno nuovamente invertito la marcia e si trovano sul livelli di qualche centesimo più bassi rispetto a giugno.

Si allunga la durata media dei mutui richiesti

La prospettiva di un orizzonte tassi favorevole, con la complicità di un quadro economico corrente incerto, da alcuni mesi sta spostando le richieste di mutui verso la parte lunga della curva: quelle relative alla durata 21-25 anni hanno rappresentato nel secondo trimestre il 19,7% del totale (18,9% nel primo) e quelle per 26-30 anni sono state pari al 24,5% (22,2%). Sono calate invece quelle per 16-20 anni (al 33,5% dal 35,1%), che comunque continuano a coprire la parte principale.

 Scende ancora l’importo di mutui richiesto

Per quanto riguarda l’importo medio chiesto dai mutuatari, questo è sceso in aprile-giugno per il terzo trimestre consecutivo, dell’1,3% congiunturale a 135.725 euro. L’importo effettivo erogato è invece aumentato nel trimestre del 3,6% a 144.539 euro, collocandosi sui massimi dal primo trimestre 2016. Su base annuale, secondo i grafici dell’Osservatorio Mutui, questo valore è in salita costante dal 2015: da allora è cresciuto del 21,6%.

Mutui: le migliori offerte

Ecco di seguto le migliori offerte sui mutui secondo MutuiOnline:

MutuiOnline.it
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Conviene investire in immobili nel 2020: rendimenti in aumento anche nel II trimestre

La redditività lorda dell’acquisto di una casa per metterla sul mercato degli affitti è cresciuta nel secondo trimestre del 2020 di 7,4 punti percentuali. Prima dell’inizio della pandemia, questo tasso era del 6,7%. Secondo lo studio condotto da idealista, la redditività ottenuta dall’affitto delle diverse tipologie immobiliari oggetto di analisi si moltiplica di quasi 6 volte, nel peggiore dei casi, rispetto ai tassi offerti dai titoli di Stato decennali.

Secondo questo studio, che mette in relazione i prezzi di vendita e affitto di diversi prodotti immobiliari per calcolare la loro redditività lorda, i locali commerciali rimangono l’investimento immobiliare più redditizio con l’11,4% (un trimestre fa era del 9,9%). L’acquisto di un ufficio in Italia per l’affitto offre un rendimento lordo dell’8,4%, rispetto al 8,2% di tre mesi fa, e nel caso dei garage la redditività resta salda al 6,3%, un livello costante da un anno a questa parte.

Rendimenti nel residenziale

Tra i capoluoghi italiani, Biella è la più redditizia, con il 9,8%. Seguono Novara (8,9%), Siracusa (8,7 %), Gorizia e Vicenza (8,4% in entrambi i casi). A Milano la redditività è scesa al 6,1%, mentre a Roma è salita al 5,8% e a Napoli al 5,5%.

I centri che offrono ai proprietari i ritorni annui più bassi sono Venezia (4%), seguita da Bolzano, Pesaro e Massa (4,3% nelle 3 città).

Rendimenti dei locali commerciali (no capannoni)

I locali commerciali sono il prodotto che ha la massima redditività in quasi tutti i capoluoghi. Il rendimento più elevato si ottiene a Ferrara (16,7%). Seguono i rendimenti di Torino (14,6%), Milano (14,2%), e Treviso (14%. A Roma, ​​il tasso è del 12%, mentre a Napoli si sale al 12,8%.

Trani offre i locali con la minore attrattiva per gli investitori (solo il 7,6% di redditività), seguiti da Ragusa (8%), Lecco (8,3%) e Grosseto (8,7%).

Rendimenti degli uffici

Gli immobili a uso ufficio continuano a offrire ritorni interessanti confermandosi tra i prodotti immobiliari più proficui per i proprietari, con i livelli più elevati di rendimento ad Ancona, dove si tocca il 9%, Torino (8,9%), Perugia (8,6%) e Cagliari (8,5%). Tra i grandi mercati Milano (7,5%) precede Napoli (7,3%) e Roma (7,1%).

Sul lato opposto troviamo i rendimenti di Rimini (5%), Trento (5,6%) e Bari (5,7%). Il mercato degli uffici non è uniforme come quello di altri prodotti, il che rende impossibile ottenere dati statistici su oltre la metà dei capoluoghi italiani.

Rendimento dei box

I garage sono, al contrario, il prodotto meno redditizio per l’investitore in molte città. La redditività più elevata si ottiene a Bologna (6,6%), seguita da Monza (6,3%) Milano e Roma (entrambe con un 6%). A Napoli (5,1%) il tasso di rendimento è tra i più bassi, preceduta da Palermo con il 5,5% e seguita da Genova, fanalino di coda con il 3,7%.

Per la preparazione di questo studio, idealista ha diviso il prezzo di vendita offerto per il prezzo di affitto richiesto dai proprietari nei diversi mercati facendo riferimento agli indici trimestrali di case, locali commerciali, garage e uffici corrispondenti al secondo trimestre del 2020. Il risultato ottenuto è la percentuale lorda di rendimento* che un proprietario ottiene per affittare la sua casa. Questi dati facilitano l’analisi dello stato attuale del mercato ed è un punto di partenza di base per tutti quegli investitori che vogliono acquistare beni immobili al fine di ottenere benefici.

* il rendimento da affitto viene inteso al lordo di imposte (imu, cedolare secca) e le spese di gestione

Ecobonus 110 per cento è legge, cosa cambia

Con la conversione del decreto rilanciol’ecobonus 110 per cento è legge. Vediamo cosa cambia, come funziona e a chi spetta l’ecobonus o bonus 110%, con le modifiche apportate in Parlamento sul tema delle seconde case e dei tetti di spesa.

Con la conversione del decreto rilancio, l’ecobonus 110 per cento è legge. Vediamo cosa cambia, come funziona e a chi spetta l’ecobonus o bonus 110%, con le modifiche apportate in Parlamento sul tema delle seconde case e dei tetti di spesa.

L’articolo 119 del decreto rilancio stabilisce i soggetti beneficiari delle detrazioni 110:

  • condomini
  • persone fisiche, al di fuori dell’esercizio di attività di impresa, arti e professioni, su unità immobiliari – limitatamente all’ecobonus 110%, questi soggetti possono beneficiare della detrazione per gli interventi realizzati sul numero massimo di due unità immobiliari, fermo restando il riconoscimento delle detrazioni per gli interventi effettuati sulle parti comuni dell’edificio
  • istituti autonomi case popolari (IACP) per interventi realizzati su immobili, di loro proprietà ovvero gestiti per conto dei comuni, adibiti ad edilizia residenziale pubblica
  • cooperative di abitazione a proprietà indivisa, per interventi realizzati su immobili dalle stesse posseduti e assegnati in godimento ai propri soci
  • organizzazioni non lucrative di utilità sociale, organizzazione di volontariato e associazioni di promozione sociale
  • associazioni e società sportive dilettantistiche, limitamente ai lavori destinati ai soli immobili o parti di immobili adibiti a spogliatoi

Tra le ultime novità che riguardano l’ecobonus 110, introdotte nel dl rilancio, c’è anche l’estensione delle detrazioni 110% per tutte le seconde case e le villette a schiera, mentre sono escluse dalla fruizione del nuovo ecobonus le unità immobiliari appartenenti alle categorie catastali:

  • A/1 abitazioni di tipo signorile
  • A/8 abitazioni in ville
  • A/9 castelli, palazzi di eminenti pregi storici o artistici

Per l’articolo 119 del dl rilancio ha introdotto la detrazione fiscale del 110% per “interventi di efficienza energetica, sismabonus, fotovoltaico e colonnine di ricarica di veicoli elettrici”. Restano fermi i tre interventi “trainanti”:

  • Isolamento termico delle superfici opache verticali, orizzontali e inclinate (novità) che interessano l’involucro dell’edificio con un’incidenza superiore al 25% della superficie disperdente lorda;
  • Interventi sulle parti comuni degli edifici per la sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale esistenti con impianti centralizzati per il riscaldamento, il raffrescamento o la fornitura di acqua calda sanitaria, a condensazione, con efficienza almeno pari alla classe A di prodotto prevista dal regolamento delegato (UE) n. 811/2013 della Commissione, del 18 febbraio 2013, a pompa di calore, ivi compresi gli impianti ibridi o geotermici, anche abbinati all’installazione di impianti fotovoltaici e relativi sistemi di accumulo, ovvero con impianti di microcogenerazione o a collettori solari, nonché, esclusivamente per i comuni montani non interessati dalle procedure europee di infrazione n. 2014/2147 del 10 luglio 2014 o n. 2015/2043 del 28 maggio 2015 per l’inottemperanza dell’Italia agli obblighi previsti dalla direttiva 2008/50/CE, l’allaccio a sistemi di teleriscaldamento efficiente, definiti ai sensi dell’articolo 2, comma 2, lettera tt), del decreto legislativo 4 luglio 2014, n. 102;
  • Interventi sugli edifici unifamiliari o sulle unità immobiliari situate all’interno di edifici plurifamiliari che siano funzionalmente indipendenti e dispongano di uno o più accessi autonomi dall’esterno per la sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale esistenti con impianti per il riscaldamento, il raffrescamento o la fornitura di acqua calda sanitaria, a condensazione, con efficienza almeno pari alla classe A di prodotto, a pompa di calore, ivi compresi gli impianti ibridi o geotermici, anche abbinati all’installazione di impianti fotovoltaici di cui al comma 5 e relativi sistemi di accumulo ovvero con impianti di microcogenerazione, a collettori solari o, esclusivamente per le aree non metanizzate nei comuni non interessati dalle procedure europee di infrazione n. 2014/2147 del 10 luglio 2014 o n. 2015/2043 del 28 maggio 2015 per l’inottemperanza dell’Italia agli obblighi previsti dalla direttiva 2008/50/CE, con caldaie a biomassa aventi prestazioni emissive con i valori previsti almeno per la classe 5 stelle individuata ai sensi del regolamento di cui al decreto del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare 7 novembre 2017, n. 186, nonché, esclusivamente per i comuni montani non interessati dalle procedure europee di infrazione n. 2014/2147 del 10 luglio 2014 o n. 2015/2043 del 28 maggio 2015 per l’inottemperanza dell’Italia agli obblighi previsti dalla direttiva 2008/50/CE, l’allaccio a sistemi di teleriscaldamento efficiente, definiti ai sensi dell’articolo 2, comma 2, lettera tt), del decreto legislativo 4 luglio 2014, n. 102;
  • Interventi finalizzati all’adozione di misure antisismiche. La detrazione viene prevista anche per sistemi di monitoraggio strutturale continuo a fini antisismici, purché realizzati congiuntamente a interventi di miglioramento o adeguamento antisismico sull’edificio.

L’installazione di pannelli solari e di colonnine di ricarica rientra nella detrazione del 110% solo se effettuata insieme a uno degli interventi trainanti. Anche gli interventi di riqualificazione energetica tradizionali possono rientrare nel 110% se fatti insieme a uno degli interventi trainanti.

Durante l’iter parlamentare sono stati definiti nuovi tetti di spesa rispetto a quelli previsti dalla prima formulazione del dl rilancio.

Entro trenta giorni dall’entrata in vigore della legge di conversione del decreto Rilancio, dovrà essere emanato un provvedimento del direttore dell’Agenzia delle Entrate e un decreto attuativo del Mise che renderanno davvero operativo l’ecobonus 110% e definiranno le modalità di cessione del credito e sconto in fattura.

Per poter optare per lo sconto in fattura e la cessione del credito sarà necessario richiedere il visto di conformità dei dati relativi alla documentazione che attesta la sussistenza dei presupposti che danno diritto alla detrazione d’imposta. Inoltre, la scelta delle due opzioni dovrà essere comunicata telematicamente all’Agenzia delle Entrate. Inoltre per poter accedere alle due opzioni sarà necessario che gli interventi siano asserverati da un tecnico abilitato.

L’asseverazione tecnica degli interventi può essere rilasciata:

  • al termine dei lavori;
  • per ogni stato di avanzamento dei lavori, fino a un massimo di 2 e per una percentuale minima del 30% del medesimo intervento.

Ai soggetti che rilasciano attestazioni e asseverazioni infedeli si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da euro 2000 a euro 15000 per ciascuna attestazione o asseverazione infedele resa.

Ecobonus 110 per cento, come funziona la misura del decreto rilancio

Una misura molto importante per tutto il comparto dell’edilizia, l’ecobonus al 110 per cento, è presente nel decreto rilancio approvato dal Cdm guidato da Conte e pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Vediamo come funziona, vedendo se tra i lavori ammessi ci sono anche gli infissi, le finestre la caldaia o i condizionatori, le tende da sole e se si può utilizzare anche nelle seconde case (ovvero se c’è una detrazione fiscale per l’ecobonus seconde case) o nei condomini, in cosa consiste la cessione del credito e le ultime notizie sul tema.

Introdotto dall’ex decreto maggio l’ecobonus 110 per cento consiste in una detrazione fiscale del 110% delle spese sostenute per gli interventi di efficientamento energetico e riduzione del rischio sismico (l’ecobonus per la ristrutturazione al 110 è anche un sismabonus).

A partire da luglio l’ecobonus 110
L’ecobonus 110 sarà valido per le spese sostenute a partire dal 1º luglio 2020 e fino al 31 dicembre 2021. La detrazione 110 si potrà recuperare in 5 rate annuali di pari importo. Ci sono però altre due opzioni: la cessione del credito o lo sconto in fattura.

Ecobonus 110, chi può usufruirne?
A usufruire dell’ecobonus 110 percento per la ristrutturazione 110 sono i condomini, gli Istituti delle case popolari e nel caso di lavori eseguiti sui singoli appartamenti le persone fisiche fuori dall’esercizio di attività di impresa.

Ma quali sono i lavori ammessi all’ecobonus 110 per cento? Sono detraibili le spese effettuate dal 1 luglio 2020 al 31 dicembre 2021 per tre grandi lavori di ristrutturazione:

– isolamento termico delle superfici opache verticali e orizzontali che interessano l’involucro dell’edificio per almeno un quarto della stessa superficie (il cosiddetto cappotto termico) con un limite di 60mila euro moltiplicato per le unità abitative presenti.
– L’ecobonus 110 per cento vale per la sostituzione della caldaia con impianti centralizzati a condensazione per un limite di 30mila euro moltiplicato per ogni singola unità abitativa
– Per le unità unifamiliari per la sostituzione della caldaia con impianti centralizzati, con un ammontare delle spese non superiore ai 30mila euro, comprese le spese per lo smaltimento e la bonifica dell’impianto sostituito.

In entrambi i casi l’ecobonus al 110 vale anche se questi lavori sono associati all’installazione di un impianto fotovoltaico.

Cosa succede nel caso di lavori come la sostituzione di infissi, delle fineste, delle tende da sole, dei condizionatori o dei serramenti? Che non si applica l’ecobonus al 100 per questi lavori, ma rimane la vecchia detrazione dell’ecobonus dal 50 al 65%. La detrazione però sale al 110 per cento nel caso in cui tali interventi “siano eseguiti congiuntamente ad almeno uno degli interventi” maggiori.

Tutti i lavori per avere diritto all’ecobonus 110 per cento devono assicurare il miglioramento di almento due classi energetiche dell’edificio. Qualora esso non fosse possibile, il raggiungimento della classe più alta, da dimostrare tramite l’APE (attestato di prestazione energetica). Solo in questo caso si ha diritto a una detrazione 110 per la ristrutturazione.

​​Detrazione fiscale ecobonus 110 seconda casa

Secondo l’interpretazione fatta dall’Ance, la detrazione del 110 per cento per i lavori maggiori vale nel caso di un condominio per tutte le abitazioni siano prime o seconde case. In un primo momento escluso il caso della detrazione fiscale ecobonus al 110 per cento per una seconda casa che sia unità unifamiliare, potrebbe rientrare in un emendamento al decreto rilancio.

La cessione del credito, come funziona?

La cessione del credito per l’ecobonus 110 per cento consiste appunto nella cessione del credito maturato (ovvero della cifra che verrà restituita al cittadino nell’arco di cinque anni) a intermediari finanziari (banche o assicurazioni) o alla stessa impresa che ha realizzato i lavori, che lo incasserà dal fisco. Una misura che permette alle famiglie di far svolgere gratuitamente i lavori di ristrutturazione che rientrano nell’ecobonus al 110%.

Nell’ultima versione dell’ecobonus al 110 per cento inserita nel decreto rilancio 2020 pubblicato in Gazzetta Ufficiale, è prevista anche la possibilità di utilizzare la cessione del credito d’imposta o lo sconto in fattura non solo per l’ecobonus al 110%, ma anche per i lavori di ristrutturazione con una detrazione al 50%, per gli ecobonus al 65% per il bonus facciate al 90%, non solo per i nuovi lavori, ma anche per quelli già fatti.

Inoltre sono state introdotte delle sanzioni severe da un minimo di 2 mila euro a un massimo di 15 mila euro per ogni attestazione o asseverazione infedele sui lavori di ecobonus e sismabonus al 110 per cento.

Immobiliare dopo il coronavirus: le previsioni degli esperti all’inizio della fase 2

Il settore immobiliare italiano riparte tra difficoltà e nuove opportunità che variano segmento per segmento. Una tavola rotonda virtuale promossa da Dla Piper ha raccolto le previsioni di diversi esperti.

Vari sono stati i temi toccati dal dibattito, tutti intorno al tema: come saranno le città passata l’emergenza, quali le esigenze abitative, come dovranno reagire le strutture lavorative e commerciali, cosa chiederanno clienti e investitori.

Previsioni per il residenziale dopo il coronavirus

“La città del futuro avrà orari, flussi, problematiche diverse, – ha osservato l’Architetto Stefano Boeri. – Una sarà quella di evitare una concentrazione eccessiva di persone, il che porterà alla desincronizzazione dei flussi in entrata e in uscita e alla estroversione di varie attività, commercio compreso. Milano dovrà poter contare sui piccoli esercenti, che in questa situazione hanno mostrato la loro importanza, ad esempio non tassando i dehor. Ma il territorio va ripensato anche agendo sul traffico, puntando su piste ciclabili e pedonali, ripensando il rapporto tra mobilità privata e pubblica e con l’ambiente. Ll’inquinamento crea fragilità diffusa, quindi occorre intervenire su riscaldamento, carburanti, emissioni di polveri sottili”.

Potrebbe essere una tendenza quella del ritorno a case di metratura più grande. “La domanda abitativa include sempre più balconi e spazi aperti, – osserva Boeri, – locali che possano essere resi autonomi in caso si renda necessario l’isolamento, e una tendenza alla monolocalizzazione delle camere da letto, che diventano polivalenti includendo ogni tipo di spazio, dal soggiorno allo spazio di lavoro”.

E per quanto riguarda gli uffici? “ Potrebbero diventare solo dei data center e sale riunioni con collaboratori che lavorano da casa e vi si recano solo all’occorrenza. Ovviamente l’interazione di persona è centrale nel pensare alla progettazione ma l’effetto coronavirus, la cui durata non è prevedibile, sarà quello di limitare il contatto di persona”.

La situazione potrebbe portare a una riscoperta dei centri più piccoli. “Non al punto di abbandonare la città, – afferma Boeri, – ma di riscoprire l’opportunità di tornare a vivere in luoghi più periferici se dotati di connessione e collegamenti con i grandi centri, in una alleanza tra borghi e grandi città”.

Il ripensamento degli spazi di lavoro sarà centrale anche per comprendere in quale direzione tornare a investire.

Gli uffici dopo il coronavirus

“Occorrerà pensare al futuro utilizzo degli immobili anche per quanto riguarda il take up degli uffici, – osserva Marco Grassidonio, Patrizia AG. – Milano e Roma stavano ricominciando un percorso virtuoso, soprattutto la prima, che stava andando verso le Olimpiadi 2026 con una crescita che sembrava inarrestabile. Oggi tutto va ripensato a causa del boost dello smart working che potrebbe far pensare a una riduzione del take up. In parte questo però verrà riequilibrato da una necessità di maggiori superfici per utente a causa del distanziamento sociale, non solo a uso uffici ma a uso generale dei servizi per l’immobile”.

Ci saranno ricadute del coronavirus sugli investimenti? “ Noi abbiamo sempre creduto nel mercato italiano, abbiamo sempre investito a Milano e continueremo a farlo. I deal già in pipeline hanno avuto solo dei rallentamenti, e per quanto riguarda gli investimenti core, al di là di un leggero repricing, ci sarà sempre interesse perché si tratta di investimenti con orizzonti molto lunghi. Sulla parte value add nel medio breve ci saranno riallineamenti per quanto riguarda la i canoni, che erano visti in crescita fino a dicembre, ma considerando i finanziamenti che sconteranno interessi più alti e LTV più bassi costringeranno a rivedere i rendimenti attesi”.

Quale futuro per gli investimenti su Milano e Roma? “La Capitale prima del Covid si stava affacciando sul mercato con una nuova domanda e una nuova offerta, – afferma Carlo Vanini di Cushman&Wakefield Italia. – Su Roma c’è quindi ancora tanto spazio di crescita. Milano prevedo che resti Milano: la domanda di spazi, benché diversa, rimarrà alta, poichè la normativa ci porterà ad utilizzare più metri quadri per addetto e spazi alternativi per rendere più vivibile l’ufficio come luogo di incontro, il che aumenterà il take up”.

E-commerce e logistica dopo il Covid

Per quanto riguarda la logistica, il trend sarà più che mai guidato dal commercio on line che mai come in questa emergenza ha dato il meglio di sé.

“L’investimento in logistica è più interessante oggi che un investimento in retail, – secondo Alfredo Mauri di GVA Redilco. – Nei prossimi quarter ci sarà comunque bisogno di nervi saldi ma noi stessi ci sentiamo di dire che a parte un momento, il 2020, di probabili scelte più oculate, nel medio lungo termine l’asset class logistica non potrà che essere una di quelle su cui puntare maggiormente”.

“Il maggior ricorso all’e-commerce è la buona notizia di questo periodo soprattutto per food e pharma che si sono rivelati aciclici, aggiunge Sandro Innocenti di Prologis. – Il lato negativo è rappresentato da quelle asset class che non se la sono passata bene, moda, auto motive, elettronica, che non hanno un canale e-commerce sviluppato e non hanno saputo affrontare questa crisi. A fine lockdown vedremo gli effetti e avremo un mercato rimescolato in cui dovremo tenere conto di queste due tendenze e della conseguente domanda di immobili”.

Le nuove sfide del retail

Il fermo delle attività ha creato un problema soprattutto per i tenant di strutture retail, che hanno visto interrompersi i flussi di rendimento generati dai canoni di affitto. “In questo periodo il retail è alla ricerca di un nuovo equilibrio, – afferma Silvia Gandellini di CBRE. – I retailers saranno i primi a doversi reinventare anche alla luce dell’e-commerce e della sua crescente importanza. La nuova normalità non si può stabilire a priori ma prevediamo che, poichè il luogo dello shopping è stato ideato per far incontrare merci e persone, proprio il punto vendita è il luogo più adatto a reinventare l’esperienza di shopping in presenza di controlli e distanziamento sociale, dal momento che dispone di ampi spazi. La categoria vincente in questo periodo è stata quella dell’alimentare, ma sono emerse anche le inadeguatezze della Gdo, relativamente ad esempio all’aumento della domanda on line. Sull’integrazione tra ordine on line e ritiro offline occorrerà lavorare molto per poter ritornare a fare fatturato”.

L’impatto sugli hotel del coronavirus

L’impatto sull’hotellerie infine è stato il più grave, in quanto ha praticamente azzerato la domanda. “A livello nazionale la domanda si è contratta del 93%, – analizza Claudia Bisignani di Jll, – con conseguente tensione finanziaria sulle strutture che comunque devono sostenere costi, personale, gestione, manutenzione ecc. In questi due mesi è stato continuo il processo di rinegoziazione per poter fare fronte a impegni contrattuali pur senza ricavi. Per la fase 2 la preoccupazione è sulle modalità operative per chi si interfaccia con il pubblico. Vanno stilate delle linee guida per capire le modalità migliori e i diversi costi che queste implicheranno, basti pensare al servizio pulizia e sanificazione o alla riduzione della disponibilità di camere dovendole tenere ferme per 48-72 ore dopo l’uso. Occorrerà poi ripensare l’offerta in termini domestici e meno internazionali. Il tutto senza sapere quando effettivamente questa crisi potrà dirsi conclusa”.

“Da parte di Cdp ci sarà sempre l’appoggio al sistema turistico, che c’è sempre stato attraverso l’equity e attraverso il Fondo Investimenti Turismo, – garantisce Alessandro Belli di Cdp Investimenti Sgr. – Quello che abbiamo fatto finora è stato aumentare il sostegno finanziario attraverso il sistema bancario aprendo linee di credito e aumentando i plafond a disposizione. Il settore cuba il 13% del Pil e il 15% degli occupati italiani quindi è strategico e va aiutato a reagire, cosa che gli imprenditori più solidi faranno con maggiore facilità. Uno degli effetti di questo momento potrebbe essere quello di far evolvere i modelli verso sistemi più evoluti attraverso una maggiore formazione e riqualificazione di immobili e servizi”.

Prezzi delle case e coronavirus: le previsioni di S&P fino al 2022 Il rapporto di S&P vede l’Italia tra i Paesi più colpiti

L’impatto del coronavirus sui mercati real estate europei sarà quello di un calo dei prezzi delle case. Tuttavia, secondo S&P Global, entro il 2022 tutto dovrebbe tornare ai livelli precedenti la pandemia grazie alle politiche economiche.

Secondo il report “Government Job Support Will Stem European Housing Market Price Falls”, l’Europa affronterà quest’anno la più profonda recessione da lungo tempo. Ma allo stesso modo, la ripresa attesa per il 2021, seppure più graduale, sarà più rapida di quella che normalmente segue una fase recessiva in un ciclo economico. E anche molto più forte dell’ultima ripresa, seguita alla crisi finanziaria del 2008.

I prezzi immobiliari in Europa
Cosa significa questo per il mercato immobiliare europeo? Secondo S&P, il calo delle transazioni durante il lockdown mostrerà i suoi effetti solo tra qualche mese. Nel frattempo le attività di compravendita saranno deboli anche a causa del calo dell’occupazione, e quindi di reddito disponibile, dovuto alla pandemia, che provocherà il rinvio di molte decisioni di acquisto.

Tuttavia, gli analisti non si aspettano un tracollo dei prezzi immobiliari in Europa: a impedirlo saranno le misure di sostegno al reddito messe in campo dai governi, che faranno in modo che le attività possano limitare il numero di licenziamenti.

Calo prezzi immobiliari 2020, i Paesi più colpiti
Tuttavia tutto ciò non avverrà in maniera uniforme in tutti gli Stati: l’Italia sarà ad esempio uno dei Paesi maggiormente colpiti. Meno colpiti saranno invece i Paesi la cui offerta immobiliare era già scarsa, sostenendo strutturalmente i prezzi e mantenendo i rendimenti interessanti per chi intenda investire, in particolare per i mercati svizzero, tedesco, irlandese e del Regno Unito. Ulteriori fattori che sosterranno i prezzi saranno il calo dell’attività edilizia e i maggiori costi da sostenere a causa del distanziamento sociale e del maggiore costo dei materiali.

Quanto ai prestiti per l’acquisto di casa, se pure si può verificare qualche restrizione in più da parte degli istituti di credito, ciò avviene in maniera molto moderata grazie al sostegno della Bce e della politica monetaria che manterrà ancora per diverso tempo i tassi di interesse favorevoli a chi desideri stipulare un mutuo.

Sospensione mutui prima casa per il coronavirus, si amplia la platea dei soggetti Le novità previste dal dl liquidità

Il dl liquidità, pubblicato in Gazzetta Ufficiale, ha fornito ulteriori chiarimenti in merito alla sospensione dei mutui prima casa. Vediamo quanto disposto.

L’articolo 12 del decreto legge 8 aprile 2020, n. 23, “Fondo solidarietà mutui prima casa, cd Fondo Gasparrini”, recita:

“1. Per lavoratori autonomi, ai sensi dell’articolo 54, comma 1, lettera a), del decreto legge 17 marzo 2020, n. 18, si intendono i soggetti di cui all’articolo 27, comma 1, del medesimo decreto legge n. 18 del 2020.

2. Per un periodo di nove mesi dall’entrata in vigore del presente decreto, in deroga alla disciplina vigente, l’accesso ai benefici del Fondo di cui all’articolo 2, commi 475 e seguenti della legge 24 dicembre 2007, n. 244, è ammesso anche nell’ipotesi di mutui in ammortamento da meno di un anno”.

Secondo quanto disposto dal dl liquidità, dunque, si è estesa la platea di chi può richiedere la spensione dei mutui prima casa. Via libera anche ad artigiani e ditte individuali. E via libera anche ai mutuatari più giovani.

Ricordiamo quanto previsto dall’articolo 54 del decreto legge 17 marzo 2020, n. 18, “per un periodo di 9 mesi dall’entrata in vigore del presente decreto legge, in deroga alla ordinaria disciplina del Fondo di cui all’articolo 2, commi da 475 a 480 della legge 244/2007:

a. l’ammissione ai benefici del Fondo è esteso ai lavoratori autonomi e ai liberi professionisti che autocertifichino ai sensi degli articoli 46 e 47 DPR 445/2000 di aver registrato, in un trimestre successivo al 21 febbraio 2020 ovvero nel minor lasso di tempo intercorrente tra la data della domanda e la predetta data, un calo del proprio fatturato, superiore al 33% del fatturato dell’ultimo trimestre 2019 in conseguenza della chiusura o della restrizione della propria attività operata in attuazione delle disposizioni adottate dall’autorità competente per l’emergenza coronavirus;

b. per l’accesso al Fondo non è richiesta la presentazione dell’indicatore della situazione economica equivalente (Isee).

Il comma 478, dell’articolo 2 della legge n. 244/2007 è sostituito dal seguente:
“478. Nel caso di mutui concessi da intermediari bancari o finanziari, il Fondo istituito dal comma 475, su richiesta del mutuatario che intende avvalersi della facoltà prevista dal comma 476, presentata per il tramite dell’intermediario medesimo, provvede, al pagamento degli interessi compensativi nella misura pari al 50% degli interessi maturati sul debito residuo durante il periodo di sospensione”.

Con decreto di natura non regolamentare del Ministro dell’Economia e delle Finanze possono essere adottate le necessarie disposizioni di attuazione del presente articolo, nonché del comma 1 e dell’art. 26 del decreto legge n. 9/2020.

Per le finalità di cui sopra al Fondo di cui all’articolo 2, comma 475 della legge n. 244/2007 sono assegnati 400 milioni di euro per il 2020, da riversare sul conto di tesoreria di cui all’art. 8 del regolamento di cui al DM 132/2010.

Alla copertura degli oneri previsti dal presente articolo si provvede ai sensi dell’articolo 126.

Secondo le indicazioni del Mef sembravano esclusi proprio artigiani e ditte individuali, ma il dl liquidità ha di fatto esteso la possibilità di usufruire della sospensione dei mutui prima casa anche a queste categorie. Ma il dl liquidità dice anche dell’altro. E’ possibile accedere al Fondo anche nell’ipotesi di mutui in ammortamento da meno di un anno.